Un Passo Avanti o Uno Indietro?

La catastrophe della Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant (福島第一原子力発電所, Fukushima Dai-Ichi Genshiryoku Hatsudensh) in Giappone puo’ essere paragonata ad una ironia scientifica: il mondo sta assistendo a come l’energia pulita si sta trasformando in un’arma atomica. E’ questa una situazione paragonabile alle due faccie di Giano, il dio romano degli inizi, dei passaggi e delle solie ed e’ tragico che il solo paese al mondo ad aver subito un borbandamento atomico si trovi ora esposto alle radiazioni. Le pene e la sfiducia del popolo giapponese non possono essere misurati. Quando il magma della rabbia esplodera’?
Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant (14 marzo 2011)
L’ex primo ministro giapponese Yasuhiro Nakasone (中曽根 康弘, 1918- ) senza ombra di dubbio e’ la persona che piu’ di ogni altro si sta sentendo devastato. Dopo solamente sette anni dall’inizio della carriera politica, Nakasone si venne a trovare nel 1954 in prima fila nell’approvazione di un budget a supporto dell’uso pacifico dell’energia nucleare. A quel tempo, i giapponesi stavano ancora soffrendo dai crudeli effetti dei bombardamenti atomici di Hiroshima (広島市, Hiroshima-shi) e Nagasaki (長崎市, Nagasaki-shi) ed i sentimenti anti-nucleari ed anti-americani erano al massimo, al punto che il budget proposto venne definito il “budget del diavolo”.
Nonostante questi ostacoli, Nakasone creava le fondazioni per lo sviluppo dell’energia nucleare. Durante il suo mandato fece approvare otto leggi relative all’energia nucleare che permisero al suo governo di creare un’agenzia per lo sviluppo dell’energia nucleare, stabilire l’Istituto Giapponese per le Ricerche sull’Energia Nucleare (日本原子力研究所) e la Commissione Giapponese per l’Energia Atomica (原子力委員会, Genshiryokuiinkai). La credenza di Nakasone nell’energia nucleare iniziava quando, dopo i bombardamenti atomici americani nel suo paese, si rendeva conto della potenza dell’atomo. Realizzava che sensa scienza e tecnologia il Giappone sarebbe rimasto un paese agricolo di basso rango. Nel 1953 non perdeva il vero significato del famoso discorso del presidente americano Dwight D. Eisenhower (1890-1969) Atomo per la Pace. Matsutaro Shoriki (正力 松太郎, 1885-1969), a quel tempo il proprietario del quotidiano Yomiuri Shimbun (読売新聞), fu uno dei maggiori sostenitori dello sviluppo dell’energia nucleare ed attraverso i media ebbe inizio una massiva campagna a sostegno della sua politica. Non a caso il popolare fumetto Astro Boy (nell’originale giapponese Atom, アトム, Atomu) vedeva la luce proprio in quei giorni.
Persino popo essersi ritirato dalla vita politica giapponese, Nakasone continuava ad appoggiare la sua convinzione nell’energia nucleare. Nel 2006, durante le cellebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’industria nucleare nella Prefettura di Ibaraki (茨城県, Ibaraki-ken) dichiarava: “La cosa piu’ importante che possiamo fare per prevenire un’incidente e’ quella di eseguire frequenti ispezioni. Dobbiamo essere completamente preparati nel caso di un terremoto o di un attacco terroristico. I reattori nucleari sono ora vecchi di circa trent’anni, sono essi ancora sicuri se vengono sottoposti ad un terremoto di sesto o settimo grado? E’ quindi urgente che vengano prese tutte le precauzioni possibili ed essere praparati per tali emergenze.” La Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant e’ oggi vecchia di quarant’anni. Il saggio Nakasone che aveva portato il Giappone al vertice della potenza nucleare dopo gli Stati Uniti e la Francia certamente si deve sentire sconvolto dalla situazione odierna.
Una cosa e’ certa, l’odierna crisi nucleare avra’ forti ripercussioni. Nel 2008 il Giappone produceva il 26 percento del suo fabbisogno energetico per mezzo dell’energia nucleare e la cifra doveva raggiungere il 49 percento entro il 2030. Certamente il programma sara’ riconsiderato e non sara’ oggi facile superare la resistenza pubblica contro il progetto di costruzione di 14 nuovi reattori nucleari. Due anni fa il gabinetto del primo ministro giapponese sondava l’oppinione pubblica col risultato che il 42 percento dei corrispondenti si mostrava fiducioso circa la sicurezza degli impianti, mentre il 54 percento si mostrava insicuro. Il Giappone si ricorda ancora dei bombardamenti atomici e delle loro terrificanti conseguenze. Il ricordo di quei giorni orribili viene trasmesso di generazione in generazione.
La catastrofe di Fukushima e’ una doccia fredda sulla rinascita globale dell’energia nucleare. In ogni parte del mondo progetti di costruzione di nuovi impianti vengono rimandati a giorni migliori, mentre impianti esistenti stanno sospendendo la produzione. Qua in Corea la preoccupazione sta aumentando. Ad oggi la Corea produce il 31.4 percento del suo fabbisogno energetico con 21 reattori e la cifra dovrebbe raggiungere il 48.5 percento con 35 reattori entro il 2024.
Ma e’ possible riportare l’orologio indietro? Il XIX secolo segno’ l’era del carbone, mentre il XX secolo segno’ quella del petrolio. L’aumento globale della temperatura e’ il prodotto di questi due secoli. Se l’uso dell’energia nucleare viene sospeso a favore dei combustibili fossili significa fare un passo indietro. Carbone e petrolio finiranno molto presto ed e’ la Corea pronta a pagare cifre astronomiche per il fabbisogno di combustibile? Cosa fara’ la Corea per ridurre le dannose emissioni del carbone e del petrolio? Lo sfruttamento commerciale dell’energia del vento e di quella solare e’ ancora molto lontano e la Corea non ha risorse naturali sulle quali fare affidamento. Sara’ quindi difficile trovare vie alternative all’energia nucleare, quell’energia che e’ alla base dello sviluppo industriale del paese.
Tuttavia, e questo e’ un problema non solo ristretto alla Corea ma un problema mondiale, la chiave sta nella sicurezza. Gli impianti nucleari coreani devono essere protetti contro terremoti e tsunami. I coreani devono sviluppare reattori nucleari avvanzati provvisti di sistemi di emergenza in grado di pompare agenti raffreddanti nel cuore dei loro reattori e, sopratutto, devono ricordarsi che la scienza e’ una frontiera senza limiti.
Giorgio Olivotto
Seoul, Corea
27 marzo 2011

A Step Ahead or One Backward?

The catastrophe at the Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant (福島第一原子力発電所, Fukushima Dai-Ichi Genshiryoku Hatsudensh) in Japan is a scientific irony: the world watches as green energy is being turned into an atomic weapon. This situation is like the two faces of Janus, the Roman god of beginnings and transitions. It is tragic that the only country in the world to have been bombed with nuclear weapons is now being exposed to radiation. The Japanese people’s sorrow and distrust cannot be measured. When and how the magma of rage will explode?


Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant (March 14, 2011)

Yasuhiro Nakasone (中曽根 康弘, 1918- ), former prime minister of Japan, is probably feeling the most devastated. He is the architect of Japan’s nuclear energy policy. Only seven years into his political career in 1954, Nakasone led the initiative to approve the budget for the peaceful use of nuclear energy. At the time, the Japanese people were still suffering from the cruel aftermath of the atomic bombings in Hiroshima (広島市, Hiroshima-shi) and Nagasaki (長崎市, Nagasaki-shi). Anti-nuclear and anti-American sentiment had reached a peak and many called it a “devil’s budget.”
Amidst such obstacles, Nakasone laid a foundation for nuclear energy development. He sponsored eight bills on nuclear energy. His actions prompted the government to open an agency for atomic energy policy and establish the Japan Atomic Energy Research Institute (日本原子力研究所) and Japan Atomic Energy Commission (原子力委員会, Genshiryokuiinkai). Nakasone’s belief in nuclear energy began when he became aware of the might of nuclear power after the United States’ atomic bombings of the country. He realized that without science and technology, Japan would remain an inferior agricultural country. He did not miss US President Dwight D. Eisenhower (1890-1969) Atoms for Peace speech in 1953. Matsutaro Shoriki (正力 松太郎, 1885-1969), then the Yomiuri Shimbun (読売新聞) owner, supported Japan’s policy to develop atomic energy. Through the media, a massive campaign to promote the policy took place. The popular comic Astro Boy (in Japanese Atom, アトム, Atomu) also appeared at this time.
Even after he retired from politics, Nakasone continued to support the issue. In 2006, he gave a lecture on the 50th anniversary of Ibaraki Prefecture (茨城県, Ibaraki-ken) atomic energy industry. “The most important thing we can do to prevent an accident is do constant inspections. We must be fully prepared for an earthquake or terrorist attack. The nuclear reactors are now about 30 years old. Will they be safe if we are hit with a 6- or 7-magnitude earthquake? It is urgent that we reinforce the facilities to prepare for such emergencies.” The Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant is now 40 years old. The solon who had made Japan the world’s top nuclear power after the Untied States and France must feel heartbroken at the current situation there.
The current nuclear crisis will likely create strong repercussions. In 2008, Japan supplied 26 percent of its power through nuclear energy. That amount was to be increased to 49 percent by 2030. The plan, however, will inevitably be reconsidered. And it will not be easy to overcome public resistance against a plan to build 14 new reactors. Two years ago, the cabinet conducted an opinion poll and 42 percent of respondents said they felt confident about safety, while 54 percent said they felt insecure. Japan remembers the nuclear bombings and terrifying aftermath. Memories of that horrible time have been handed down through the generations.
The catastrophe in Fukushima has put a serious damper on the global nuclear energy renaissance. New construction projects have been postponed and existing plants have suspended operation all around the world. There are growing concerns also here in Korea. As of now, Korea supplies 31.4 percent of the country’s power with 21 reactors. That amount was to be increased to 48.5 percent with 35 reactors by 2024.
But is it impossible to turn back time? The 19th century was the era of coal and the 20th century was the era of petroleum. Global warming is the product of both. If the use of nuclear energy is suspended in favour of fossil fuels, it will be as taking a step backward. Coal and petroleum will run out quickly and is Korea ready for skyrocketing oil prices? How will Korea reduce carbon emissions? Commercialization of wind and solar power generation is far away. Korea lacks natural resources, so it will be hard to find an alternative to nuclear energy. Electricity from nuclear power is the pillar of Korea’s industrialization.
However, and this is not a problem restricted to Korea, rather a world problem, the key is safety. Korean nuclear plants must be safe from earthquakes and tsunami. Koreans need to develop advanced reactors with emergency systems that pump cooling agents onto the nuclear fuel rods and must remember that science is a frontier with no limits.
Giorgio Olivotto
Seoul, Korea
March 27, 2011

I Smartphone e le Scatole Stupide

Un qualsiasi straniero che abbia esperienza di viaggiare con la metropolitana di New York o di Londra, nel viaggiare con quella di Seoul rimarra’ altamente sorpreso. Prima di tutto e’ pulita e relativamente senza cattivi odori; con la recente installazione delle porte scorrevoli, quel tipico e fastidioso rumore sembra quasi scomparso dalle pedane di attesa; e per finire la ricezione sui telefoni cellulari, anche all’interno del treno in corsa, rimane forte e chiara come nei normali trasporti stradali della citta’.
Oggi, con il successo dei smartphone significa che i coreani posso fare molto di piu’ che solamente parlare mentre viaggiano nelle viscere della loro metropoli. Possono dedicarsi ad una vasta gamma di attivita’ sull’Internet: leggere e-mail, scorrere i siti preferity, cercare l’indirizzo del migliore caffe’ o ristorante della zona, o tenersi informati sulle ultime notizie di cronaca o sullo sviluppo del mercato azionario.
Apple iPhone 4

In accordo con le statistiche dell’OECD (luglio 2010), la Corea possiede il piu’ alto numero di utenti serviti dalla broadband nel mondo: un incredibile 95.9 percento, inclusa la broadband di accesso ai telefoni cellulari. Quello pero’ che meraviglia di piu’ e’ il fatto che mantengono indisturbati questa supremazia gia da alcuni anni. Oggi, con l’introduzione dei cellulari della quarta-generazione (4G), che aumenta la competitivita’ fra produttori stranieri e locali sul mercato coreano delle telecommunicazioni, e’ quasi certo che un sempre maggior numero di coreani potranno godere dell’ ubiqua ‘potenza del telefono (intelligente)’ sul palmo delle loro mani.
Tuttavia viene da chiedersi, saranno i smartphone capaci di rendere i coreani piu’ intelligenti? Sfortunatamente un’occhiata anche veloce sembra suggerire l’opposto. Piu’ spesso che mai, la gente in metropolitana usa il loro smartphone sincronizzato sull’onda delle ‘scatole stupide’—un’eufemismo di noi occidentali quando ci riferiamo alla televisione. Nella calca del treno nelle ore di punta, un sempre maggior numero di persone tiene fra le mani il loro smartphone come fosse un faro di speranza, solamente per gustare con un sorriso da mente assente sulle labbra l’ultimo episodio della soap opera o del lucente varieta’, cercare di mettere alla prova la loro abilita’ attraverso un pietoso giochetto al computer o gustarsi un film holliwoodiano su uno schermo di 1.5x3 pollici (38x76 mm). Vorrei scomparire nel pensare che un qualsiasi forestiero come me si metterebbe a ridere gustandosi l’episodio.
Tuttavia il problema non e’ tanto quello del giudizio che un forestiero puo dare sul coreano e non e’ nemmeno sul fatto se i coreani hanno o no il diritto di rilassarsi dallo stress giornaliero attraverso il loro smartphone. Il problema e’ che l’(ab)uso dello smartphone sembra arrivare a spese del leggere. Dalle statistiche del NOP World Culture Score Index appare evidente che i coreani adulti spendono il minor numero di ore a leggere fra i 30 paesi, incluso i paesi dell’OECD, intervistati dedicando un miserabile 3.1 ore settimanali alla lettura. Sebbene questa statistica risalga a qualche anno fa, il Ministero Coreano della Cultura, Sport e Turismo, riconosce che i coreani adulti nel 2009 hanno dedicato una media settimanale di 3.3 ore alla lettura. Io personalmente posso constatare che sempre meno persone leggono in metropolitana rispetto a qualche anno fa e questo dopo l’arrivo dello smartphone. Se questo e’ vero, la mia speranza e’ che i coreani recuperino il tempo perso durante i viaggi in metropolitana leggendo da qualche altra parte.
Io credo che una soluzione ci sia, ed e’ quella di aumentare l’uso della tavoletta PC, la versione a largo schermo dei smartphone, nata con l’intento di competere con i lettori elettronici sul tipo di Kindle. Se cosi’ fosse, i coreani potrebbero leggere libri in versione elettronica mentre viaggiano in metropolitana senza avere il disturbo di portarsi dietro una copia stampata. Ma, almeno fino ad oggi, nonostante il successo degli smartphone le tavolette PC ed i lettori elettronici sembrano assenti nell’ambiente coreano. Che sia questo il sintomo o la ragione dell’assenza di libri percepita in metropolitana? Le rare tavolette PC che mi e’ capitato di vedere venivano usate per leggere fumetti!
La Corea si e’ autoproclamata una potenza mondiale nel ramo IT ed i produttori coreani hanno raggiunto fama internazionale nel mercato dei telefoni cellulari. Oltre a possedere una delle migliori metropolitane al mondo, il convegno del G20 tenuto qua a Seoul nel novembre dell’anno scorso dovrebbe essere stato per i coreani un’ottima occasione per riflettere sul vero significato di questo prestigioso e non facile a raggiungere stato di cose.
Giorgio Olivotto
Seoul, Korea
20 marzo 2011

Smartphones and Idiot Boxes

A foreigner who has been on the New York Subway or London Underground may find the Seoul Metro a pleasant surprise. First, it is clean and relatively odourless. Second, with the recent introduction of screen doors, the platforms are near silent. And third, cell phone reception remains as crisp within the underground carriages as aboveground on buses.
With the widespread use of smartphones, this means that Koreans can do much more than just talk while roaming the deep conduits of Seoul’s underbelly. They can engage in a whole array of tasks on the Internet, such as checking their e-mails and ‘homepages’, searching for nearby cafes and restaurants, or updating themselves with the latest global news and stock market developments.

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According to the OECD, Korea has the highest rate of households with broadband access in the world (as of July 2010). It is a staggering 95.9 percent, including broadband access through cell phones. More astonishingly, it has maintained this top spot for several years in a row. With fourth-generation (4G) phones now intensifying the competition between foreign and domestic smartphone makers in the Korean telecommunications market, what is for certain is that more Koreans will come to possess ubiquitous ‘smart (phone) power’ in the palm of their hands.
But are smartphones making Koreans smarter? A cursory glance, unfortunately, suggests ‘no’. More often than not, people on the Metro are found using smartphones to watch ‘idiot boxes’—a Western euphemism to mean the television. In the tightest of spaces, people still up-hold their smartphone like a beacon of hope, only to scrutinize a recent episode of a comedy or entertainment show with an absent-minded laugh. Otherwise, people are found playing petty computer games, reading comics, or watching a Hollywood movie on a 1.5x3 inch (38x76 mm) monitor. I am cringing at the thought that foreigners, like me, would laugh at the sight.
The issue, however, is not whether or not we foreigners would be judgmental of Koreans. It is neither whether Koreans have the right to relieve themselves from work-related stress through phones. The issue is that the (ab)use of smartphones seems to come at the detriment of reading. According to the NOP World Culture Score Index survey, Korea was found to have the lowest adult reading time among 30 countries, including OECD countries. It was a mere 3.1 hours a week. Although this statistic is from a few years back, according to the Korean Ministry of Culture, Sports and Tourism, the average weekly reading time of Korean adults in 2009 only amounted to 3.3 hours. The concern here is that to me less people seem to be reading on the Metro than a few years ago because of smartphones. If so, the hope is that Koreans are making up for this lost time by reading elsewhere.
One way out of this conundrum may by the wider use of tablet PC—the large-screen version of smartphones, originally developed to compete with e-readers, such as the Kindle. In this way, Koreans can read e-books on the Metro without the hassle of having to heave around hardcopies. But to date, despite the widespread use of smart phones, tablet PC and e-readers have not caught on in Korea. Is this a symptom or cause of low levels of reading felt on the Metro? The few such devices I did spot were being used to read comics!
Korea has proclaimed itself a global IT powerhouse. Korean companies are household names in the global cell phone market. Together with one of the best Metro systems on the planet, the G20 summit held in Seoul last November is a good opportunity to reflect on what these hard-earned status-markers really mean to Koreans.
Giorgio Olivotto
Seoul, Korea
March 20, 2011

La Generazione del Registratore a Cassetta

Se come me eri giovane nei decenni del ’70 ed ’80 certamente ti ricorderai del registratore a cassetta. Poco piu’ piccolo di una scatola da scarpe, conglobava un apparecchio radio ed un registratore a cassetta. Era usato per registrare la musica preferita trasmessa dalla radio per poi sentirla in ogni momento lo si desiderasse. A quel tempo quando il giradischi, dai nomi piu’ o meno pittoreschi, era considerato un’articolo di lusso, il registratore a cassetta rendeva la musica accessibile a tutti. Era nata quella che oggi viene chiamata la ‘generazione del registratore a cassetta’.
Il registratore a cassetta, ‘inventato’ dalla Phillips nel 1963, conosceva la sua eta’ d’oro nel decennio dell’80. Quando Sonny nel 1979 entrava nel mercato con il suo piccolo e portabile apparecchio, il Walkman, la musica andava oltre i confini della propia casa o stanza. I giovani nel piu’ disparato angolo del mondo andavano in giro con quell’apparecchio leggero e portabile e la sagoma di un’uomo che passeggiava lungo un viale alberato con appiccicato alla cintura l’inseparabile registratore a cassetta diventava un’immagine fissa nei film dell’epoca.


Il registratore a cassetta portatile (Philips EL3302, 1968)

In Corea in quelli anni ci fu un periodo durante il quale l’importazione del Wolkman era proibita, ma questo non fermava la gente a nascondere nel fondo della valigia l’adorata macchinetta. Poi, poco a poco, le aziende locali cominciavano anche loro a produrre mini-cassette, evidentemente imitando il piu’ famoso Walkman, e le strade di Seoul venivano inesorabilmente prese dalla febbre del mini-cassette che non solo cabiava le preferenze dei consumatori, ma sopratutto creava conflitti fra giovani ed anziani. I genitori rimproveravano ai figli l’uso incondizionato delle cuffie dicendo: “Come puoi concentrarti nello studio mentre continui ad ascoltare musica?” Ma era troppo tardi, il Walkman era ormai diventato parte integrante della nostra vita. Il Wolkman fu un grande successo con vendite sull’ordine dei milioni ed oggi il Walkman e’ nel dizionario come un nome di uso comune.

Il Sonny Walkman (WM-D6C Pro, 1984)

Ma con l’arrivo del dischetto, anche l’eta’ del registratore a cassetta e del Walkman ha finito col passare nel dimenticatoio ed il successo dell’MP3 nel decennio del 2000 ha virtualmente segnato la fine del regno della cassetta. Sonny ha recentemente annunciato che la produzione del Walkman e’ cessata; ma anche se la machinetta e’ destinata a restare nell’ombra della storia, il registratore a cassetta ancora mantiene la sua posizione nei vicoli di Seoul dove ancora si possono ascolare le melodie delle vecchie canzoni del passato.
Come i fiori sbocciano ed appassiscono, la tecnologia moderna vive un cambio costante; ma per noi, quelli della ‘generazione del registratore a cassetta’, la fine del Walkman segna la fine di un’era.
Giorgio Olivotto
Seoul, Corea
13 marzo 2011

The Cassette-Tape Generation

If like me you were young in the 1970s and ’80s, you probably remember the cassette recorder. Big as a backpack, it was part radio, part cassette player and it was all the rage. People could use it to record their favourite songs off the radio and then listen to them whenever they wanted to. At a time when record players with fancy trademarks were classified as luxury goods, cassette recorders made music accessible to everyone. This is how the ‘cassette-tape generation’ came to be.
The cassette tape, which was developed by Phillips in 1963, experienced its golden age in the 1980s. When Sony made a little portable device called the Walkman in 1979, music moved from the confines of one’s home to all over the world. Young people everywhere latched onto its light and compact design, and the profile of a man jogging along a boulevard with a Walkman strapped to his waist and headphones over his ears became a ubiquitous image in films at the time.

The cassette-tape recorder (Philips EL3302, 1968)

At one point, imports of the Walkman to Korea were banned. But that did not stop people from sneaking the devices into their luggage. Little by little, domestic manufacturers started to produce mini-cassette players that imitated the Sony Walkman. The streets of Seoul were gripped by Walkman fever. The device not only changed consumer life, it also created conflict between young and old. Parents scolded children for wearing headphones at their desks, saying: “How can you concentrate on studying if you keep listening to music?” But it was too late. The Walkman had become an integral part of our lives. The Walkman was a hit product with sales of millions and today it is in the dictionary as a common noun.

The Sonny Walkman (WM-D6C Pro, 1984)

But with the advent of the compact disc, the age of cassette tapes and the Walkman began to fade and the growing prevalence of the MP3 in the 2000s virtually ended the cassette’s reign. Sony recently announced that it is ceasing production of its cassette Walkman. But although the device is about to disappear behind the shadow of history, cassette-tape players still hold sway at roadside rest stops in Korea, where they play popular songs of yore.
In the same way that flowers bloom and fade, modern technology is constantly changing. For us, the ones of the cassette-tape generation, however, the end of the cassette Walkman signals the end of an era.
Giorgio Olivotto
Seoul, Korea
March 13, 2011

Elogio al Pollo Fritto

L’eta’ del pollo fritto in Corea iniziava nell’aprile del 1984 con l’apertura a Seoul del primo Kentucky Fried Chicken (KFC) in Chongno (鐘路, 종로, Via della Campana). Il buon Colonello Sanders (Harland David Sanders, 1890-1980), con i suoi spessi occhiali ed il pizzo, introduceva il sapore del pollo fritto ai coreani. La storia del fondatore del KFC e’ affascinante. Alla ‘tenera’ eta’ di 65 anni, il Colonello Sanders iniziava una concessione di appalto investendo 105 dollari su una ricetta segreta basata su 11 spezie ed erbe aromatiche.


Il marchio ufficiale del KFC

Prima dell’arrivo del KFC, i coreani potevano comprare polli interi cotti e venduti sulla strada da mecanti improvvisati. Anche qualche ristorante serviva pollo alla griglia, ma il prezzo era piuttosto alto. Negli anni ’80, le birrerie cominciarono a diventare popolari nel paese ed il pollo fritto diventava ben presto un ideale complemento per assaporare al meglio la fresca bevanda. La crisi finanziaria della fine degli anni ’90 si accompagnava al secondo boom del pollo fritto. A causa dei licenziamenti in massa legati alla ristrutturazione delle aziende del paese, ai nuovi disoccupati non restava altra strada che aprire piccoli ristoranti che servivano il delizioso pollo fritto. In fondo si trattava di una attivita’ piuttosto modesta che richiedeva un investimento in denaro piuttosto limitato, una piccola area di lavoro ed una motocicletta per il servizio a domicilio.
Nel passato il pollo veniva servito al genero come segno di apprezzamento. Le ali del pollo si credeva che contenessero un agente anti-invecchiamento che manteneva la pelle giovane e la storia insegna che una delle quattro bellezze dell’antica Cina, Yang Guifei (楊貴妃, 719-756) amava ali di pollo cotte al vapore ed i coreani hanno persino dedicato un piatto alla sua bellezza: Pollo alla Yang Guifei.
Oggi il pollo e’ una delle carni piu’ richieste dal mercato coreano; e’ al secondo posto dopo il maiale. Il mercato del pollo fritto e’ valutato a 5 bilioni di won (US$ 4.3 miliardi) con oltre 50 000 punti di vendita nel paese. Nel 2009 ognuno dei 50 milioni di coreani ha mangiato 13 polli, una media di un pollo al mese. Evidentemente con la popolarita’ del pollo fritto e’ anche aumentata la concorrenza, specialmente fra le grandi catene di distribuzione ed i piccoli negozzi di tipo casalingo; e non tutti gioccano secondo le regole. I critici dicono che le grosse catene di distribuzione, controllate dai giganti dell’industria, vogliono rubare lavoro ai pizzaioli ed alle friggitorie di pollo, che tradizionalmente rappresentano il lavoro dei piccoli ristoranti; ed io ho veramente paura che tutto questo possa ben presto far dimenticare il piacere di farmi servire a domicilio nel cuore della notte una bella porzione di pollo fritto per calmare le tarde richieste del mio stomaco. Lo scorso dicembre un grossa catena di supermercati creava scompiglio nel mercato vendendo una porzione di pollo fritto per 5000 won (US$ 4.30). Le piccole friggitorie di pollo vendono le loro porzioni a circa 15 000 won (US$ 12.90) ed evidentemente hanno paura di perdere la clientela.
Durante il preriodo cinese dei Tre Reami (三國時代, 184-280), il generalissimo Cao Cao (曹操, 155-220) associava le costolette di pollo, che sono prive di carne, ad una cosa inutile ma difficile da abbandonare considerando quanto erano amate per il loro delicato sapore. Oggi la paura dei coreani e’ che le friggitorie di pollo debbano diventare come le costolette del volatile ed io non voglio cessare il piacere di consumarle!
Giorgio Olivotto
Seoul, Corea
27 febbraio 2011

Eulogy to the Fried Chicken

The age of fried chicken in Korea announced itself with the opening in Seoul of the first Kentucky Fried Chicken (KFC) outlet in Chongno (鐘路, 종로, Bell Street) in April 1984. The good Colonel Sanders (Harland David Sanders, 1890-1980), with his signature glasses and goatee, spread the new taste of fried chicken to Koreans. The founder’s story only made KFC more appealing: at the age of 65, Colonel Sanders started the franchise with US$ 105 and a secret recipe with 11 herbs and spices.


The KFC official logo

Before the arrival of KFC, Koreans would buy fried whole chickens cooked and sold by street vendors. Some restaurants served barbecued chicken, but it was expensive. In the 1980s, beer halls became wildly popular in Korea and fried chicken became a favourite dish to savour with beer. The financial crisis in the late 90s resulted in a second fried chicken boom. After layoffs and corporate restructuring, the newly-jobless competed to open up small restaurants serving and delivering fried chicken. The business was a good start-up choice because it required a relatively small investment, a small space and a motorcycle for delivery.
In the olden days, chicken was served to sons-in-law as a sign of appreciation. Chicken wings were also believed to contain an anti-aging component that keeps skin healthy and it is for this reason that one of the four ancient Chinese beauties, Yang Guifei (楊貴妃, 719-756), loved steamed chicken wings. Koreans even have a dish named after her—Yang Guifei’s Chicken.
Today, chicken is the second most consumed meat in Korea after pork. The fried chicken market has grown to 5 trillion won (US$ 4.3 billion), with over 50 000 restaurants around the nation. In the 2009, each of Korea’s 50 million people consumed more than 13 chickens, an average of one bird per month. But with the popularity of fried chicken has come an increase in competition, especially between large retail chains and smaller mom-and-pop outlets. And not everyone is playing fair. Critics say that the big corporations are stealing business for items such as pizza and chicken that are traditionally dominated by small restaurants. And I am afraid that this could render obsolete the heart-warming tradition of having a fried chicken delivered for a late-night snack. In December last year a supermarket chain created controversy by introducing a 5000 won (US$ 4.30) fried chicken. Because local chicken restaurants price their chickens at around 15 000 won (US$ 12,90), small outlets are worried they will lose customers.
In the Chinese Three Kingdoms (三國時代, 184-280) period, the Chinese warlord Cao Cao (曹操, 155-220) compared chicken ribs, which have no meat on them, to something useless yet hard to give up because they were loved for the flavour. Today Koreans are worrisome that the local chicken restaurants could become like chicken ribs and I don’t want to give them up.
Giorgio Olivotto
Seoul, Korea
Febbruary 27,2011

I Tulipani di Haarlem e gli Apat di Seoul

Nel classico libro del giornalista scozzese del XIX secolo Charles Mackay (1814-1889), Le Straordinarie Delusioni Popolari e la Pazzia delle Masse (1841), si legge di un interessante episodio centrato nel decennio del 1630 nella citta’ olandese di Haarlem, un centro rinomato per la coltivazione ed il commercio dei fiori. Un mercante olandese invitava un marinaio a colazione e gli offriva delle squisite aringe rosse in cambio delle buone notizie sul suo commercio fattegli dal marinaio. Quando il mercante usci’ dalla stanza, il marinaio notava in un angolo della stanza qualcosa che assomigliava ad una cipolla. Il marinaio andava ghiotto di cipolle ed avidamente se la mangio’ anche per diminuire la pesantezza di stomaco creata dalle aringhe. Quando il mercante rientro’ nella stanza, il marinaio rimase senza fiato nell’apprendere che la ‘cipolla’ era in realta’ il bulbo del pregiatissimo tulipano Semper Augustus. Il mercante denuncio’ il marinaio che venne imprigionato per mesi solamente per aver mangiato il bulto di un tulipano credendo fosse una cipolla. Il Mackay scrive che nel 1633 un bulbo di Semper Augustus costava sul mercato 5500 fiorini e che nel 1636 era quasi impossibile trovarne uno in cambio di 12 acri di terra coltivabile. In quelli anni un bue costava 120 fiorini ed un maiale ne costava 30.

Il raro Semper Augustus

Il Semper Augustus e’ una rara varieta’ di tulipano, caratterizzata da striscie rosse che sembrano fiamme che avvolgono i bianchi petatali del fiore. Tuttavia, ed indipendentemente dalla sua bellezza, e’ e resta sempre e solamente un fiore. Come mai un semplice bulbo era sul mercato ad un prezzo cosi’ alto? In Olanda nel decennio del 1630, il prezzo dei bulbi di tulipano, non solo del Semper Augustus ma anche quello di molte altre varieta’, specialmente le varieta’ a striscie che erano piuttosto rare, raggiunse prezzi da capogiro. Perche’? I tulipani cominciarono ad apparire sui mercati europei verso la meta’ del 1500. Provenivano dall’Impero Ottomano (1299-1923) e vennero ben presto popolari presso la nobilta’ ed i mercanti di quel paese che stava godendo dell’Eta’ d’Oro. A quel tempo, l’Olanda era il centro economico e culturale dell’Europa ed i tulipani erano una delle lussurie amate dai ricchi.
All’inizio il prezzo dei bulbi di tulipano aumento’ grazie alla popolarita’ del fiore e la sua rarita’. Ma il prezzo aumento’ ancora di piu’ quando le classi piu’ basse della societa’, che non si erano mai interessate di fiori, cominciarono a pensare che il prezzo dei bulbi sarebbe aumentato sempre di piu’ procurando loro un sempre piu’ cospiquo guadagno. Nelle parole del Mackay, la gran parte della popolazione olandese, ricchi e poveri, persino gli spazzacamini, si buttarono a peso morto nel mercato del fiore. Ma nel febbraio del 1637 i mercanti di tulipani cominciarono ad avere difficolta’ nel trovare acquirenti disposti a pagare cifre da capogiro per un bulbo ed i prezzi cominciarono improvvisamente a crollare.
La ‘mania del tulipano’ e’ considerata il precedente storico delle moderne bolle di sapone speculative—come la bolla di sapone della borsa merci dovuta all’introduzione dell’Internet (anni ’90) e piu’ tardi alla crisi ipotecaria negli Stati Uniti che dette l’avvio alla crisi finaziaria del 2008—che finiscono con lo scoppiare nel nulla. L’atto di comprare qualcosa senza avere informazioni sufficienti per stabilirne il valore reale, perche’ si crede che il prezzo continui ad aumentare a seguito dell’aumento iniziale, normalmente prende il nome di speculazione; ma quando sono molti coloro che partecipano a queste attivita’ speculative al punto che i prezzi si gonfiano artificialmente, si crea quella che normalmente viene definita una bolla di sapone.
Fu attraverso il libro del Mackay che il termine ‘mania del tulipano’ divento’ di attualita’. Qualche storico economista dei nostri giorni afferma che il fenomeno della ‘mania del tulipano’ e’ stato esagerato; sostiene che la speculazione del tulipano non era cosi’ diffusa come Mackay scrive nel suo libro e che era limitata a qualche mercante senza troppi scrupoli. Forse quel moderno storico economista ha ragione, ma in ogni caso erano gli speculatori del tulipano tutti impazziti? Mackay scrive che persino i saggi, gli individui piu’ razionali tendono verso l’irrazionale ed a comportarsi in modo assurdo quando fanno parte di un gruppo. Mackay usa la ‘mania del tulipano’ a sostegno della sua tesi, assieme alla febbre per l’alchemia, la caccia alle streghe ed altri simili fenomeni sociali. Scrive chiaramente che i mercanti di tulipani del decennio 1630 vennero presi dalla ‘mania del tulipano’ che regnava sovrana nel paese, dimenticando che un giorno il prezzo del fiore sarebbe crollato. Probabilmente e’ vero; tuttavia io sono convinto che qualcuno decise di speculare pur sapendo benissimo che prima o poi il prezzo del fiore sarebbe diminuito.

Il Carro dei Pazzi (1637) di Hendrick Gerritsz Pot
Olio su tavola di legno, 61 x 83 cm
Frans Hals Museum, Haarlem, The Netherlands

Una eccellente rappresentazione della ‘mania del tulipano’, che attanaglio’ la citta’ olandese di Haarlem, e’ quella del dipinto satirico Il Carro dei Pazzi del pittore olandese Hendrick Gerritsz Pot (1580-1657), che illustra le conseguenze della rottura della bolla di sapone del tulipano nel 1637. Nel dipinto il carro dei pazzi corre, spinto da una vela, verso una spiaggia. Sul carro, in un trono sotto una bandiera abbellita con dei tulipani, siede Flora, la dea romana dei fiori, che ha tra le mani un mazzo di tulipani, considerati dai ricchi olandesi un’indispensabile ornamento di lusso. Nella parte anteriore del carro c’e’ una donna con due facce a personificare la vana speranza; la vana speranza che il prezzo dei bulbi di tulipano continui a salire infinitivamente, perche’ a quel punto il vendere anche un solo bulbo era estremamente lucroso.
Dietro alla ‘Donna della Vana Speranza’ ci sono tre uomini vestiti con beretti da pagliaccio adornati con tulipani. Uno di loro sta bevendo birra da un bicchire piuttosto lungo a sinboleggiare l’ingordigia, mentre il vecchio che tiene stretto un sacco pieno di soldi rappresenta l’avarizia e l’uomo sul bordo del carro simboleggia il parlare a vanvera. La vana speranza, l’avarizia, il parlare a vanvera sono le forze che spingono la ‘mania del tulipano’ illustrata dal dipinto. In particolare, il Sig. ‘Parlare a Vanvera’, che sembra stia raccontando la favola di coloro che hanno speculato sul mercato del tulipano, tende la mano verso una folla di popolani che attirati dalle sue parole seguono il carro. I popolani sono i tessitori di Haarlem che hanno abbandonalo il loro posto di lavoro per seguire il carro.
Perche’ i tessitori di Haarlem si sono buttati nella speculazione del tulipano? I loro salari devono essere stati sufficientemente alti, considerando che l’Olanda a quel tempo era il centro europeo del commercio internazionale e della produzione tessile. Di certo non appartenevano a quella classe ricca che poteva permettersi il commercio del tulipano, ma l’improvviso aumento dei prezzi del fiore ha certamente fatto pensare ai tessitori che potevano diventare ricchi dalla sera alla mattina. In particolare verso la fine del 1636, quando la bolla di sapone raggiungeva l’apice, il prezzo dei bulbi aumento’ di centinaia di fiorini proprio dalla sera alla mattina. Si legge che in quelli anni operai specializzati, quali carpentieri e sarti, guadagnavano dai 150 ai 300 fiorini all’anno e quando vennero a sapere che le loro entrate potevano radoppiare o triplicare comprando e vendendo bulbi di tulipano, devono per certo aver perso la testa. Questo deve essere stato lo sprone che ha spinto i lavoratori olandesi a buttarsi ad occhi chiusi nel commercio del tulipano. Gettando le basi di quella borsa del tulipano di Haarlem e di altre citta’ olandesi.
Non e’ facile pensare che tutti gli speculatori del tulipano fossero convinti che i prezzi sarebbero aumentati senza sosta. Senza dubbio, molti di loro, dopo aver visto il vicino di casa entrare nel commercio, devono aver pensato che “i prezzi sarebbero aumentati per un certo tempo, quindi ne compro uno e lo rivendo prima che i prezzi crollino.” Ma nessuno di loro poteva sapere o prevedere quando la bolla di sapone sarebbe scoppiata, il problema tipico della speculazione, un gioco simile a quello della patata bollente. Nel gennaio del 1637, i prezzi dei tulipani salirono improvvisamente come nell’ultima fiammata. Il mese dopo, il giorno in cui il ‘carro dei pazzi’ del Pot entro’ nel mare, il crollo finalmente arrivo’. Molti portarono al mercato i loro bulbi, ma nessuno era disposto a comprare visto che i prezzi erano alle stelle. I commercianti cominciarono a preoccuparsi e pur di vendere diminuirono i prezzi. La paura comincio’ a farsi avanti e tutti cominciarono ad offrire i loro bulbi a prezzi stracciati ed il prezzo crollo’ del 95 percento in soli due giorni col risultato che molti finirono in bancarotta. Come la richiesta di bulbi diminui’, la produzione di bulbi crollo’ dannegiando anche coloro che non erano mai entrati nel commercio. Per parecchio tempo dopo il crollo, l’economia olandese soffri’ le conseguenze degli effetti della ‘mania del tulipano’, a chiara dimostrazione che lo scoppio delle bolle di sapone puo’ pericolosamente ripercuotersi sull’intera economia di un paese e a supporto del fatto che le bolle di sapone non sono un fenomeno da prendere sotto gamba.
Gli apat (아파트)

E’ la bolla di sapone del tulipano un’episodio che avenne molto tempo fa in un paese lontano? No! Di recente la Corea ha vissuto controversie sul fatto se considerare una bolla di sapone il suo mercato immobiliare, i cosidetti apat (아파트). Contrariamente ai tulipani, case e terreni sono necessita’ di base e l’aumento del loro prezzo non puo’ essere spiegato semplicemente da un’aumento della domanda dovuto a speculazione o ad una bolla di sapone. Nonostante questo, uno studio della giapponese Nomura Securities (野村證券株式会社, Nomura Shōken Kabushiki-gaisha) lascia intendere che la situazione economica coreana di oggi e’ molto simile a quella giapponese degli anni ’80, quando la bolla di sapone immobiliare comincio’ a formarsi in quel paese. Negli anni ’80, gli interessi bancari sul capitale venivano mantenuti ad un livello piuttosto basso, mentre i prezzi sul mercato immobiliare segnavano un costante aumento fin dal 1955. La situazione era tale da spingere i giapponesi a chiedere prestiti alle banche ed altre istituzioni finaziarie, credendo ciecamente che i prezzi del mercato immobiliare avrebbero continuato ad aumentare. Il risultato fu che in media i prezzi dell’immobiliare nelle sei citta’ principali del paese, incluso Tokyo, sali’ del 370 percento.
Fu allora che la banca centrale giapponese aumento’ i suoi interessi sul capitale in modo da contenere la bolla di sapone del mercato immobiliare. I giapponesi, colpiti improvvisamente dagli alti interessi bancari corsero ai ripari vendendo le loro proprieta’ creando un crollo del mercato immobiliare di circa il 60 percento nel periodo 1991-2000. La conseguenza fu il crollo dell’intera economia del paese, causando quello che oggi e’ noto come il ‘decennio perduto’.
Secondo la banca centrale coreana (한국은행, Hanguk Unhaeng), i debiti dei nuclei familiari coreani hanno toccato l’apice alla fine del 2010 ed i responsabili delle finanze del paese hanno gia ristretto i regolamenti relativi al movimento dei capitali. Tuttavia, anche se non ogni aspetto della bolla di sapone del mercato immobiliare coreano assomiglia alla bolla giapponese, i coreani non devono prendere sotto gamba i segni negativi del fenomeno. I coreani farebbero bene ricordarsi della lezione proveniente dal Carro dei Pazzi del Pot.
Giorgio Olivotto
Seoul, Korea
Photo di Chong Myo-hwa
20 febbraio 2011

The Tulips of Haarlem and the Apat of Seoul

In the classic book Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds (1841) by the 19th century Scottish journalist Charles Mackay (1814-1889), there is an interesting episode set in the Dutch city of Haarlem, a centre for flower growing and trade, in the 1630s. A Dutch merchant offered a sailor a breakfast of red herring, after the sailor had given him good news about the merchant’s business. When the merchant stepped out of the room, the sailor noticed something that looked like an onion lying on the counter. He liked onions very much, so he ate it as a relish for his herring. When the merchant came back, the sailor was stunned to learn that the ‘onion’ was actually the bulb of a Semper Augustus tulip, which was extremely expensive! The merchant sued the sailor, who was thrown into jail for months for eating a tulip root instead of an onion. According to Mackay, a single Semper Augustus tulip bulb sold for 5500 florins (Dutch guilders) in 1633. By 1636, it had become difficult to obtain one in exchange for 12 acres of land. At that time, the cost of one ox was 120 florins and a swine was 30 florins.
The rare Semper Augustus

The Semper Augustus is the rarest variety of tulips with red stripes that look like flames licking the stark white petals. Yet no matter how beautiful it is, it is still just a flower. How could the bulb have been so expensive? In the Netherlands in the 1630s, the prices of the bulbs of not only the Semper Augustus but also most other tulips, especially those rare varieties with stripes, soared to extraordinarily high levels. Why? Tulips were not introduced in Europe until the mid 1500s. After their arrival from the Ottoman Empire (1299-1923) the flower became very popular withy thye Dutch nobility and the merchant class, who were enjoying the Dutch Golden Age. The Netherlands was the economic and cultural leader in Europe and the tulip was one of the luxuries in which the wealthy indulged.
At first, tulip bulb prices rose due to the popularity of the flower and its rarity. Prices increased even more when people who were not even interested in the flowers began snapping them up with the expectation that prices would rise further, leaving them a hefty profit. According to Mackay, most Dutch people, rich or poor, even chimney sweepers, eventually rushed into the tulip market. In February 1637, however, tulip traders could no longer find new buyers to pay such high prices for the flower bulbs and prices suddenly tumbled.
This ‘tulip mania’ was repeatedly referenced as the historical precedent for speculative bubbles when the dot-com bubble—and later, real estate bubble, including the sub-prime mortgage crisis in the United States that triggered the global financial crisis in 2008—burst. When people purchase something without sufficient information or without deliberating about its fundamental value, because they expect that prices will rise further after they have risen once, it is commonly called speculation. When many people participate in speculative activity so that prices become artificially inflated, that swell is known as a bubble.
It was through Mackay’s book that ‘tulip mania’ became known. Some economic historians of our day say that his accounts of tulip mania are exaggerated. They say that tulip speculation was not as widespread as Mackay suggests and that only some merchants were involved. Perhaps it is true but, in any way, were all of the tulip speculators fools? Mackay proposed that even wise, rational individuals tend to do irrational and absurd things when they are part of a group. He offered ‘tulip mania’ as the primary example of this, along with a fever for alchemy, witch hunts and more. Tulip traders in the 1630s, caught up in the ‘tulip mania’ gripping the nation, forgot that tulip prices would eventually decline, he wrote. Probably it was true, but I believe some people decided to participate anyway, knowing that flower prices would eventually go down.
Wagon of Fools (1637) by Hendrick Gerritsz Pot
Oil on panel, 61 x 83 cm
Frans Hals Museum, Haarlem, The Netherlands

A good representation of the ‘tulip mania’ that overcame the Dutch city of Haarlem can be found in the satirical paint Wagon of Fools (1637) by the Dutch painter Hendrick Gerritsz Pot (1580-1657), depicting the aftermath of the collapsed tulip bubble in 1637. In the painting, the wagon of fools runs down a stretch of beach with the wind filling its sail. On the wagon’s high throne sits Flora, the Roman goddess of flowers, under a flag adorned with tulips. She holds a bunch of valuable striped tulips, which were regarded by wealthy Dutch people as a must-have luxury item. In the front of the wagon is a woman with two faces, the personification of vain hope, the vain hope that tulip bulb prices would continue their mercurial ascent, because at that point, the purchase and resale of a single tulip bulb was highly profitable.
Behind the ‘Dame Vain Hope,’ are three men wearing fools’ caps with tulips on their heads. The one who is gulping down a long glass of beer symbolizes gluttony, while the old man holding a bag of money represents avarice and the man on the edge of the wagon symbolizes loose talk. Vain hope, avarice and empty tales are the driving forces behind the ‘tulip mania’ depicted in this painting. In particular, Mr. ‘Loose Talk’, who seems to be telling tales about people who have profited from the tulip trade, extends a hand toward a throng of people who, tempted by his words, follow the wagon. The people are weavers from the city of Haarlem who have abandoned their work to walk behind the wagon.
Why did the Haarlem weavers participate in tulip speculation? Although their incomes must have been relatively good, given that the Netherlands was the centre of international trade and textile manufacturing in Europe at the time, they were certainly not members of the wealthy upper class, which could afford to indulge in the tulip trade. The sudden rise in tulip prices must have led the weavers to believe they could become rich overnight. In particular, the prices of the bulbs surged by hundreds of florins overnight in late 1636 when the bubble was starting to peak. It is said that skilled labourers of the time, such as carpenters and tailors, earned 150 to 300 florins a year. When they heard that their income could be doubled or tripled just by buying and selling tulip bulbs, they must have lost their minds. This is what must have enticed people of various vocations to jump into the tulip trade, building the foundation for tulip exchanges in Haarlem and other Dutch cities.
It is not easy to think that all tulip speculators expected tulip prices to rise forever. Many of them, upon seeing their neighbours enter the tulip trade, must have thought to themselves, “Prices will rise for a while. I will buy one and sell it before prices begin to fall.” None of them could have known when the bubble would burst. That is how speculation can be like a game of hot potato. In January 1637, tulip prices soared madly like a fire’s last flames. But the following month, the day when Pot’s ‘wagon of fools’ was lost in the sea finally came. Several people put their tulip bulbs up for sale but nobody was willing to buy them because of the high prices. The tulip bulb owners, feeling anxious, tried to sell the bulbs at lower prices. But their anxiety immediately spread amid their peers and everybody started to unload their bulbs. Tulip bulb prices tumbled by 95 percent in just two days.
As a result, many people went bankrupt. As consumption declined, production shrank, with the damage eventually spreading to people who had never even participated in the tulip trade. For a long while afterward, the Dutch economy suffered the effects of its ‘tulip mania’. This shows how the collapse of economic bubbles batters the whole economy and why bubbles are such a serious issue.

The apat (아파트)

Is the tulip bubble just an event that occurred in a distant country long ago? No. Korea has seen controversy in recent years over whether there are bubbles in the property market, the so called apat (아파트). Unlike tulips, houses and land are basically necessities, so the increase in their prices cannot simply be explained by an increase in demand from speculation and bubbles. However, a recent report by the Japanese Nomura Securities (野村證券株式会社, Nomura Shōken Kabushiki-gaisha), warns that Korea’s economic situation is similar to that of Japan in the 1980s, when real estate bubbles formed in that country. In the 1980s, Japan’s interest rates had remained low, but property prices had been rising steadily since 1955. This led Japanese people to secure loans from banks and other financial institutions to purchase property, based on the firm belief that real estate prices would continue to rise. As a result, the average land price in Japan’s six major cities including Tokyo surged 3.7 times.
Then Japan’s central bank raised its key rate to curb the real estate bubbles. Finally, Japanese debtors, battered by the heavy interest rates, resold their homes and other properties, bringing about a 60 percent drop in housing prices between 1991 and 2000. That caused Japan to sink into the 10-year economic slump that is now referred to as the ‘lost decade’.
Korea’s household debt reached its highest point at the end of the 2010, according to the Bank of Korea (한국은행, Hanguk Unhaeng). And the financial watchdog has already tightened regulations on banks’ mortgage lending. But although not every aspect of Korea’s rising housing prices resembles Japan’s bubble, Koreans should better not neglect the warning signs. They would do well to heed the lessons from the Pot’s Wagon of Fools.
Giorgio Olivotto
Photo by Chong Myo-hwa
Seoul, Korea
February 20, 2011